martedì, 23 settembre 2014

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30 gennaio 2012

Accertamento induttivo e omessa dichiarazione

Per la Cassazione, la ricostruzione del reddito deve tenere conto delle componenti negative emerse dagli accertamenti

Sentenza n. 1166 del 27 gennaio 2012. “In tema di accertamento della imposta sui redditi, qualora il contribuente ometta del tutto la presentazione della dichiarazione, e l'Amministrazione finanziaria proceda d'ufficio all'accertamento del reddito d'impresa con metodo induttivo, essa, dovendo procedere alla ricostruzione della situazione reddituale complessiva del contribuente, deve tenere conto anche delle componenti negative del reddito che siano comunque emerse dagli accertamenti compiuti. Nell'ipotesi considerata, infatti, non possono trovare applicazione le limitazioni previste dall'art. 74, commi secondo e terzo, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, in tema di prova dei costi e degli oneri ai fini dell'accertamento con metodo analitico induttivo, in quanto tale norma disciplina la diversa ipotesi in cui una dichiarazione dei redditi, ancorché infedele, sia comunque sussistente. Diversamente, d'altronde, si assoggetterebbe ad imposta, come reddito d'impresa, il profitto lordo, anziché quello netto, in contrasto con l'art. 53 Cost.”. E’ questa la parte più rilevante delle motivazioni che hanno indotto la Suprema Corte di Cassazione – Sezione Tributaria Civile, a respingere un ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate.

I fatti. Nella specie, la Cassazione ha offerto il suddetto chiarimento nell’ambito di un giudizio che ha visto contrapposti l’Ufficio finanziario e un’azienda marchigiana. Quest’ultima ricorreva avverso l'avviso di accertamento in rettifica dei maggiori redditi di impresa imponibili, dichiarati a fini IRPEF, dinanzi alla CTP di Macerata, la quale accoglieva (parzialmente) l’impugnazione. Successivamente, la CTR per le Marche rigettava l'appello proposto dall'Ufficio, confermando la decisione assunta dal giudice di prime cure. Avverso tale ultima decisione, l’Ufficio ricorreva in Cassazione.

Rigetto nel merito. In particolare, i giudici tributari di primo grado avevano riconosciuto, tra le altre cose, la deducibilità “dai maggiori redditi accertati ‘costi inerenti’ in misura corrispondente al rapporto proporzionale tra redditi e costi indicati dal contribuente nella dichiarazione, ritenendo inoltre non applicabile la sanzione pecuniaria prevista dall'art. 53 col n. 3) D.P.R. n. 600/1973”. La CTR, poi, aveva ritenuto infondato nel merito l'appello, rilevando che in caso di accertamento di maggiori redditi non dichiarati dal contribuente, l'Ufficio, nella determinazione della base imponibile, era tenuto a considerare anche i costi inerenti alla produzione di tali redditi, come statuito con giurisprudenza costante dalla Corte di legittimità. Inoltre, la sanzione ex art. 53 c. n. 3) DPR n. 600/1973 non era irrogabile essendo stata tale norma abrogata dall'art. 16 lett. b) Dlgs n. 471/1997, mentre doveva ritenersi congrua la sanzione inflitta ai sensi dell'art. 51 c. 3 DPR n. 600/197, trovando applicazione il disposto dell'art. 3 c.3 D. lgs. n. 472/1997 (principio della legge più favorevole al reo).

Conclusioni. Insomma, la Corte di Cassazione, non avendo rinvenuto profili di legittimità in ordine alla sentenza impugnata ne ha confermato, in via definitiva, le statuizioni, e, tanto, con buona pace del Fisco.
Autore: Redazione Fiscal Focus

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